I custodi del monte Miesna

scritto da Juriy
Scritto Ieri • Pubblicato 12 ore fa • Revisionato 12 ore fa
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Autore del testo Juriy

Testo: I custodi del monte Miesna
di Juriy

Feltre, anno del Signore 672. Il ducato è longobardo, la legge è del ferro, la fede è ancora un mosaico.

Il Miesna si alza sopra Feltre come la schiena di un bue addormentato. Boschi fitti, pietre grigie, e vento che taglia anche d’estate. Nessuno ci sale se non per legna o per morire in pace.

Quella mattina di fine marzo, due uomini prendono il sentiero che parte da Tomo. Il primo ha i piedi nudi e una tunica rattoppata che odora di cenere e sudore vecchio. Lo chiamano "Frates", ma nessuno sa se sia davvero un monaco. Non porta tonsura, non nomina vescovi. Parla poco, prega a modo suo, rivolto verso levante, e ripete che “Cristo aveva fame e non aveva tetto”. Lo seguono i poveri, lo evitano i canonici. Tendenza pauperistica, dicono. Eresia, sussurrano altri.

Il secondo si chiama Anso. Ha vent’anni, le mani da fabbro, la fede di chi va in chiesa solo a Natale. Ma da quando Frates gli ha sfamato il fratello durante l’inverno, lo segue come un cane fedele. “Vado dove vai tu”, gli ha detto. E Frates, quella mattina, ha detto solo: “Sul Miesna. Lì il mondo tace. Lì facciamo eremo.”

Portano una zappa, una bisaccia di fave secche, una croce fatta con due rami legati da uno spago. Vogliono scavare una grotta, alzare un muro a secco, vivere di radici e preghiera. Niente regola, niente abate. Solo Dio e il silenzio.

A metà costa, dove il bosco si fa pietraia, trovano la strada sbarrata. Tre lance. Tre scudi dipinti con il cavallo longobardo. Tre uomini con l’elmo a nasale che li guardano come si guarda una volpe in un pollaio.

“Indietro”, dice il più grosso. Ha la barba rossa, l’accento di Zoldo. “Ordine del gastaldo. Nessuno sale oggi.”

Frates si ferma. Non ha paura, ma annusa l’aria. “Perché? La montagna è di Dio.”

Il soldato sputa. “La montagna oggi è del duca e del vescovo. Tornate a valle, eremiti. O vi leghiamo.”

Anso fa per rispondere, ma Frates gli mette una mano sul braccio. “Siamo uomini di pace. Lasciateci passare e non saprete neanche che esistiamo.”

Il secondo soldato, più giovane, ride. “Di pace? Con quella faccia da affamato? Ci hanno detto che salgono spie, ladri di reliquie. Il vescovo non vuole occhi intorno al Miesna. Non oggi.”

_Ladri di reliquie._ La parola gela Anso. Lui non sa neanche cosa sia una reliquia. Frates invece sbarra gli occhi per un istante. Poi torna di pietra.

Vengono scortati giù, senza ferri ma con le lance alle reni. A Feltre la gente mormora. Le porte della cattedrale sono chiuse da tre giorni. Si dice che i canonici lavorino anche di notte, che arrivino carri da Altino, scortati, coperti di pelli. 

È Bono, il vecchio campanaro mezzo cieco, che quella sera si ubriaca all’osteria e parla troppo: “Li portano qui... i Santi... Vittore e Corona... martiri, uccisi dai pagani... Le loro ossa erano in Siria, poi a Roma, ora... ora il vescovo Caio le vuole qui. Per fare di Feltre una città santa. Una cripta, sotto il Miesna. Lontano dai bizantini, lontano dai ladri. Un santuario segreto, finché non sarà pronto. Per questo nessuno deve salire. Se i duchi friulani lo sanno, vengono a prenderseli con l’esercito.”

Così Frates capisce. Non erano loro il pericolo. Lui e Anso erano solo due straccioni capitati nel posto sbagliato, nel momento in cui la Chiesa feltrina, d’accordo con il gastaldo longobardo, stava compiendo il furto più santo della sua storia: dare a Feltre i suoi patroni, per sempre.

Passano due notti. Frates non dorme. Prega, ma non come al solito. Alla terza alba sveglia Anso. “Torniamo.”

“Ci ammazzeranno.”
“Non per l’eremo. Per guardarli. Se davvero portano i corpi di due martiri, io devo inginocchiarmi. Anche se il vescovo non vuole. Anche se la mia devozione non è chiara. Vittore era soldato. Corona era una ragazza di sedici anni. Sono morti per non rinnegare Cristo. Io, che non ho chiesa, davanti a loro ho una chiesa.”

Risalgono da un sentiero di capre, sul versante di Colesei. Arrivano trafelati al pianoro dove il bosco si apre. E li vedono.

Non c’è ancora un santuario. C’è una buca profonda, puntellata di travi. Intorno, monaci muratori, soldati, il vescovo Caio con la mitra di lana grezza. Su un carro, due casse di cedro del Libano, lunghe quanto un uomo. L’aria odora di incenso, calce e paura.

Li scoprono subito. Di nuovo lance, di nuovo “Chi siete?”.

Frates si fa avanti, si inginocchia nella terra smossa. Non guarda i soldati. Guarda le casse. “Lasciatemi solo pregare. Poi andiamo. Non dirò nulla. Il mio eremo può aspettare. Ma i martiri no.”

Il vescovo Caio lo squadra. Sa chi è. Il frates senza regola, quello che la cattedrale tollera a fatica. Potrebbe farlo frustare. Invece, dopo un lungo silenzio, fa un cenno. Un soldato si scosta.

Frates striscia avanti sulle ginocchia, fino a sfiorare il legno con la fronte. Non dice orazioni in latino. Dice parole sue, rotte: “Vittore, che hai tenuto la spada e poi l’hai lasciata... Corona, che hai tenuto la fede e non l’hai lasciata... se questo posto è vostro, allora è anche dei poveri. Proteggete questa città, ma ricordatevi di noi che non abbiamo tetto.”

Resta lì un’ora. Anso, dietro, non sa che fare, così si inginocchia anche lui. Per la prima volta in vita sua.

Quando si rialzano, il vescovo Caio parla piano: “L’eremo non lo farete qui. Il Miesna ora custodisce un segreto. Ma sotto, verso Anzù, c’è una grotta. Andate lì. E silenzio. Se parlate, il duca vi taglia la lingua. Se tacete, i Santi vi vedranno.”

Scendono senza voltarsi. Un mese dopo, la voce corre ugualmente: Feltre ha i suoi patroni. La cripta sul Miesna verrà consacrata anni dopo, e diventerà nel 1100 il Santuario dei Santi Vittore e Corona, guardiano della valle.

L’eremo di Frates e Anso non durò molto. Troppo freddo, troppo fame. Anso tornò fabbro. Frates morì due inverni dopo, in un pagliericcio, con addosso sempre la stessa tunica. La gente disse che sorrideva.

Ma ancora oggi, a Feltre, i vecchi dicono che se sali sul Miesna nel giorno dei Santi e tendi l’orecchio, senti due voci che pregano. Una sa di latino, l’altra no. E nessuna delle due ha chiesto permesso al vescovo.

I custodi del monte Miesna testo di Juriy
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